

31. La nascita del partito comunista d'Italia.

Da: P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, Einaudi,
Torino, 1967.

Nel gennaio del 1921 a Livorno, nel corso del diciassettesimo
congresso nazionale del partito socialista italiano, nacque il
partito comunista d'Italia. Secondo le decisioni gi prese nel
convegno di Imola del novembre 1920, la corrente comunista,
guidata da Antonio Gramsci, Umberto Terracini e Amadeo Bordiga, si
separ da quella massimalista e da quella riformista,
rispettivamente capeggiate da Giacinto Menotti Serrati e da
Filippo Turati. Nel seguente passo lo storico Paolo Spriano
ricostruisce i momenti decisivi della scissione, evidenziando i
principali motivi di contrasto fra i diversi orientamenti.


Il congresso di Livorno, il congresso della scissione,  uno di
quei momenti della storia del movimento operaio italiano che non
cessa, a quasi mezzo secolo di distanza, di provocare e rinnovare
polemiche, tra storiografiche e politiche: un nodo, come si dice
nel gergo pubblicistico, e un nodo intricato. Via via che il tempo
 passato nuova luce si  fatta sulle sue vicende, sui suoi
retroscena, sulle sue cause e conseguenze, ma ciascuna delle
interpretazioni e delle varianti illumina spesso pi il periodo e
il dibattito nel cui contesto le revisioni sono state proposte che
gli avvenimenti del gennaio 1921. [...].
Il processo di scissione  nazionale ed  internazionale. La
sensazione che hanno in molti a Livorno che i giochi siano fatti
domina l'assemblea, pur tumultuosa, esasperata, quasi attonita
dinanzi alla ineluttabile rottura. La frazione comunista e gi un
partito. L'Internazionale di Mosca ha fatto la sua scelta. Serrati
e i massimalisti anche. Ciascuno avr poi occasione di riflettere
sui propri errori e su quelli degli altri. Ma un intero periodo
storico si incaricher di sottolineare la necessit di quella
rottura che  generale, per tutti i paesi con un forte movimento
operaio di ispirazione marxista. I partiti comunisti sono una
cosa, i partiti socialisti un'altra, molto diversa: o almeno lo
sono stati. [...].
Allora, all'inizio del 1921, il primo elemento di differenziazione
 indubbiamente determinato - pur con tutta la parte di errore
prospettico che la convinzione comporta - da questo fatto: i
comunisti sono rimasti i soli a credere che la situazione permanga
rivoluzionaria. Lo dice a Livorno, ponendolo come discriminante,
il rappresentante dell'Internazionale:
Quale  oggi la differenza tra gli opportunisti e i riformisti? 
precisamente questa: che i primi non riconoscono la situazione
rivoluzionaria, non ammettono che le condizioni per una
rivoluzione proletaria siano mature.
E - ci che  pi importante - lo ripeter nove mesi dopo Antonio
Gramsci, quasi a fissare una linea divisoria che supera le
considerazioni tattiche e acquista il carattere di una scelta
generale, storica:
I capi riformisti affermarono che pensare alla rivoluzione
comunista in generale era pazzesco: Serrati afferm che era
pazzesco pensare alla rivoluzione comunista in Italia, in quel
periodo. Solo la minoranza del partito, formata dalla parte pi
avanzata e pi colta del proletariato industriale, non mut il suo
punto di vista comunista e internazionalista, non si demoralizz
per gli avvenimenti quotidiani, non si lasci illudere dalle
apparenze di robustezza e di energia dello stato borghese.
La constatazione  esatta. La frazione comunista si presenta a
Livorno come l'unica che mostri di credere nella rivoluzione
italiana imminente, partendo dallo stesso acutizzarsi della guerra
civile. Per i comunisti  il sintomo del fatto che la borghesia
concentra le sue ultime energie nella difesa attraverso le guardie
bianche, vale a dire i fascisti, gi protagonisti di numerose
violenze nella valle padana. Nella relazione che Bordiga e
Terracini presentano al congresso troviamo scritto:   .
I riformisti affermano che il proletariato italiano non potrebbe
assumere il potere nel cuore del mondo capitalistico che lo
soffocherebbe col blocco economico e lo schiaccerebbe con l'azione
militare. A ci si risponde, oltre che col mostrare come sia
artificiale la esagerazione di tutte le difficolt, col fatto che
la rivoluzione italiana si inserir nella rivoluzione mondiale
rappresentando il punto di passaggio di essa dall'oriente
all'occidente, e forse integrando la sua comparsa in tutto il
centro d'Europa, poich, se una situazione  specifica della
rivoluzione russa, essa consiste nelle condizioni geografiche che
hanno permesso di recluderla per tre anni al di l di una
insormontabile barriera che oggi si rivela ormai impotente a
contenerla. Ma pi che confutare le obbiezioni dei riformisti
interessa valutarle come sintomo della loro opposizione di fatto
all'affermarsi della rivoluzione allorch essa si manifester.
Come si vede,  un'argomentazione pi basata su posizioni
ideologiche che su una analisi della situazione, ed 
constatazione che dovremo ripetere spesso per questi anni. Ci non
toglie valore al fatto che il punto di vista dei comunisti sia
quello nato dalla convinzione dell'ineluttabilit dello sviluppo
europeo della rivoluzione soviettista. E' la scelta per la
rivoluzione. Il significato storico della scissione e questo.
Il dibattito che dura sette giorni, dal 15 al 21 gennaio 1921,
nell'affollato teatro Goldoni, in un'atmosfera turbolenta, se dice
qualcosa di nuovo rispetto alle dispute precongressuali  soltanto
in quanto riflette meglio i contrastanti stati d'animo rammentati
da Gramsci: scetticismo contro fiducia, o se si vuole, prudenza
temporeggiatrice contro impegno alla fedelt dei postulati
rivoluzionari fissati dall'Internazionale comunista. [...].
E' nella quarta e ancor pi nella quinta giornata che la scissione
 resa definitiva. Sull'Ordine nuovo del 19 gennaio si dice che
ogni passo  superfluo, si bolla la coalizione Serrati-Turati e si
aggiunge:
Prenda Turati il cadavere del fu partito socialista e se ne
faccia sgabello per la sua ambizione senile. Comunisti, avanti!.
Turati parla quel giorno stesso e pi che un'autodifesa la sua 
una arringa (Noi creiamo la reazione, creiamo il partito
popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura... ) contro i
miti del bolscevismo e dell'azione ultima, un atto di fede nel
programma del discorso Rifare l'Italia, quello della
ricostruzione sociale del paese.
Ma  proprio qui che si misura l'abissale distanza che separa i
riformisti dai comunisti. Il discorso di Turati  anch'esso tutto
in chiave ideologica. E' il rifiuto pi netto di ogni soluzione
rivoluzionaria, e non solo quindi di quella preconizzata
dall'estrema sinistra per il momento presente. Per Turati il
marxismo, il socialismo, sono la negazione stessa della violenza,
della presa del potere attraverso l'azione di un'ora o di un
anno, si riassumono invece nella preparazione, che dura per
decenni, di lente conquiste. E quando affronta il tema politico
del rapporto con la rivoluzione russa egli non nasconde il suo
pensiero: che il bolscevismo far fallimento, che esso sin d'ora
non  se non nazionalismo russo che si aggrappa a noi
disperatamente per salvare se stesso. [...].
Un'ovazione, che parte anche dalla platea folta di massimalisti,
accoglie le conclusioni del discorso e sottolinea un contrasto che
non  soltanto politico ma di concezioni ideali. Da Milano, Anna
Kuliscioff [Anna Michajlovna Kuliscioff, socialista russa
rifugiatasi in Svizzera nel 1877 e quindi in Italia, dove conobbe
Filippo Turati, insieme al quale fond la rivista Critica
sociale] pu scrivere al suo compagno: E cos, da accusato e
quasi condannato, sei diventato trionfatore del congresso.
